Pubblicato il 2 Giugno 2018

A quanto pare si cresce: da allieva, ad allieva didatta a didatta... sempre #iiprna sempre #psicoterapia
A quanto pare si cresce: da allieva, ad allieva didatta a didatta... sempre #iiprna sempre #psicoterapia
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http://www.iipritalia.it/didatti/

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Scritto da Roberta De Martino

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Pubblicato il 2 Giugno 2018

C'era una volta e credo ci sarà per sempre!

Lo scorso mese di maggio il professore Giovanni Madonna mi ha chiesto, durante un seminario, organizzato dall’associazione Le leggi del mondo e patrocinato dall’IIPR (Istituto Italiano Psicoterapia Relazionale) dedicato alla supervisione, di parlare agli astanti dell’esperienza fatta qualche anno prima in un gruppo di supervisione da lui condotto.

Stimolata dalla domanda di Giovanni, mi sono emozionata nel parlare ancora una volta di una professione che mi appassiona fortemente e che come tutte le forti passioni mi dona accanto a molte gioie anche qualche sofferenza. Prima di addentrarmi nelle mie riflessioni voglio però spiegare a chi non è addetto ai lavori cosa sia una supervisione.

La supervisione è uno spazio di riflessione che uno psicologo psicoterapeuta si può ritagliare per confrontarsi con un collega più esperto per meglio rendersi conto delle danze relazionali in cui è immerso nei vari processi psicoterapeuti di cui è parte. Lo psicologo in supervisione racconta, preferibilmente mediante un resoconto scritto, la storia della psicoterapia in atto e, stimolato dalle riflessioni e dalle domande del supervisore e degli altri colleghi presenti (se si tratta di un gruppo di supervisione), può aggiungere ulteriori descrizioni accanto alla propria e curare così maggiormente il processo di cura nel quale è già implicato. Per meglio farvi comprendere tale concetto mi piace riportarvi le bellissime parole del professor Madonna, tratte da un’ intervista che gli feci per questo blog qualche tempo fa: “A volte trovo la relazione di supervisione persino commovente: mi fa venire in mente l’immagine di un essere umano che curva la schiena per prendersi cura di un altro essere umano che curva la schiena per prendersi cura di un altro essere umano… una situazione che trasuda grazia…” (tratto da http://angolodelpensiero.over-blog.com/2014/07/come-mi-piace-lo-psicoterapeuta-che-dice-non-lo-so.html)

Potrete ora forse meglio capire l’emozione da me provata nel dare voce ad alcune riflessioni che oggi provo a riordinare un po’ meglio qui tra le pagine del mio blog.

Due parole mi sono venute in mente prevalentemente, durante lo scorso seminario di maggio pensando al tema della supervisione, quella di “favola” e quella di “evoluzione”.

Perché favola? Perché fin da bambini istintivamente ci rendiamo conto di quanto possa essere riconciliante con le nostre paure (del buio, del silenzio, di uno stato differente di coscienza ecc.) delegare il racconto di una storia a un adulto, a una persona reputata da noi più saggia cui affidarci. Certo le favole da piccoletti spesso ce le siamo raccontati anche da soli ma quanto più confortante era chiedere a qualcuno più grande di età, di narracele più e più volte aggiungendo elementi di volta in volta nuovi a quanto da noi immaginato. Beh in effetti anche noi psicoterapeuti facciamo un po’ questo: rinarriamo con i pazienti le loro storie, ponendo accanto alle narrazioni che loro già conoscono o che credono di conoscere, anche le nostre. Il bello del nostro mestiere e che, però, al termine non offriamo ai pazienti dei pericolosi “lieti fine” ma “lieti in mezzo”, ossia aiutiamo il “narratore” ad accettare la possibilità di incontrare durante il proprio percorso possibili altri “draghi” (limiti, fragilità, sofferenze) e lo aiutiamo a contare sulla possibilità di poter ritrovare anche quelle “eroiche risorse combattenti” che sono accanto ai draghi tanto temuti, per procedere con coraggio nonostante le paure.

Durante la supervisione anche noi psicologi non facciamo altro che raccontare le storie dei nostri pazienti affidandole, così, alla rinarrazione di un “saggio” e di altri colleghi per “andare a dormire” più sereni, non avendo paura dei nuovi “draghi” che ci aspettano sul nostro percorso professionale e per ricordarci che non siamo chiamati a diventare “eroi” ma a riconoscere la meravigliosa possibilità di chiedere aiuto se ne sentiamo la necessità.

Perché evoluzione? Perché credo che una delle scoperte più importanti che ha fatto l’uomo sia stata quella del linguaggio: gli uomini primitivi hanno vinto la paura più grande, quella legata al senso di morte, attraverso la comunicazione. A mio avviso da quando gli esseri umani hanno deciso di assumersi la responsabilità di avere un proprio punto di vista sul mondo e di comunicarlo attraverso il linguaggio hanno consentito alla nostra specie di evolvere più di quanto sia riuscita a fare  qualsiasi altra specie presente sul pianeta, perché nel linguaggio c’è proposta di relazione, c’è la volontà di mettersi in connessione con gli altri, di condividere e di tesaurizzare i propri saperi di fronte alle tante incertezze della vita.  Nel linguaggio l’“altro” c’è anche in termini di generatività: è dai primi geroglifici che gli uomini hanno iniziato a lasciare qualcosa alle future generazioni, comunicando la propria esperienza e consentendo ai posteri di imparare dai propri errori. Oggi che siamo nell’era del 3.0 in cui svariati sono i canali comunicativi messi a nostra disposizione, in cui la tecnologia produce molto rapidamente nuovi modi di stare al mondo, credo che la cura dei processi comunicativi sia fondamentale perché le storie che ci stiamo raccontando propongono mondi. L’uomo moderno, in uno stato di profonda precarietà economica, valoriale, esistenziale, preoccupato ahimè per questa ragione sempre più a difendere il proprio senso d’identità, rischia di chiudersi in se stesso, di lasciare quel “fuoco” e di abbandonare il prezioso senso di comunità, sovente, rischia di difendersi dall’”altro”, dal “diverso”, con diffidenza o ancor peggio con violenza e aggressività. Il senso di angoscia, che spesso s’irradia anche attraverso le notizie diffuse tramite i mezzi di comunicazione, meriterebbe una “cura” e io credo e spero che la nostra professione dovrà occuparsi ancora di più di questi delicati aspetti e non solo nelle stanze della clinica. Se ripenso all’esperienza di supervisione di gruppo, fatta all’Iipr Napoli con Giovanni Madonna qualche anno fa, mi viene da pensare con speranza a un gruppo di colleghi seduti in cerchio intorno un tavolino (il nostro "fuoco") per sentirsi più forti nonostante le fragilità, creando comunità per dare vita a nuove possibilità in tante storie.

Ed è per questo che ho scelto di prendere parte a un nuovo gruppo di supervisione per non perdermi la possibilità di “fare comunque bei sogni”, nonostante le tante difficoltà, e di “evolvere” e non solo invecchiare come psicoterapeuta, almeno lo spero!

Roberta De Martino

Psicologa e psicoterapeuta

 

 

 

 

 

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Pubblicato il 21 Febbraio 2018

Gli occhi da sempre ce lo insegnano: bisogna essere almeno in due per più opportunamente vedere! Pensate quante maggiori possibilità potremmo avere se fossimo sempre disponibili ad affiancare il nostro sguardo a quello di un altro e a quello di un altro ancora… accettando i nostri limiti ed essendo disposti a rinunciare alla nostra certa “cecità”, allargando i punti di vista. All’IIPR (Istituto Italiano di Psicoterapia Relazionale) Napoli ancora oggi, che sono in procinto di fare l’esame come didatta, mi alleno a coltivare uno sguardo che non finisce mai di stupirsi dei propri limiti biologici e “culturali” e che non teme il dubbio ma che, al contrario, con umiltà coltiva e conserva complessità. E il mio allenamento riprenderà presto il 28 febbraio prossimo quando Antonella Bozzaotra e Giovanni Madonna, didatti dell’Istituto, daranno vita al seminario “Psicoterapia e supervisione sistemica. Alla ricerca delle interfacce”. Un seminario durante il quale i partecipanti avranno un ruolo attivo, prendendo parte alla simulata di una seduta di psicoterapia della “celebre” famiglia Esposito, di cui da anni Antonella e Giovanni sono “psicoterapeuti”: quando periodicamente danno la possibilità agli studenti in psicologia e agli psicologi di sperimentarsi per un pomeriggio come membri di questa “famiglia”, per mostrare loro sul campo il modello d’intervento psicoterapeutico dell’IIPR. Questa volta però il seminario dedicato alla famiglia Esposito s’impreziosirà di una supervisione in diretta della seduta simulata per fare meglio mostrare l’intero processo di un colloquio familiare sistemico-relazionale.

Per l’occasione ho chiesto a entrambi i docenti di rispondere a qualche mia domanda, per meglio far comprendere l’affascinate professione di psicologo-psicoterapeuta della famiglia anche a chi non potrà prendere parte a questa interessante esperienza formativa.

 

Professoressa Bozzaotra perché convocare le famiglie in seduta? Ci parli delle risorse e dei vincoli dell’ intervento con le famiglie.

Innanzitutto grazie per questa intervista, che mi offre la possibilità di riflettere su ciò che quotidianamente faccio come psicologa, psicoterapeuta e formatrice. Mi piace pensare alle domande come alle strade che percorreremo e alle risposte come a quelle che abbiamo già percorso.

Per quanto concerne questa tua prima domanda, c’è una letteratura molto ampia e a quella vi rimando. Qui vorrei prendere un punto di osservazione che riguarda la mia esperienza personale del lavoro con le famiglie. Lavoro da circa trentacinque anni come psicologa, psicoterapeuta e didatta di allievi specializzandi in psicoterapia; faccio questo lavoro sia come dirigente del servizio sanitario nazionale sia come attività libero-professionale. Due ambiti d’intervento che hanno vincoli molto diversi tra loro. In entrambi, lavoro sia con famiglie, sia con coppie, sia con individui. Ciò che mi ha sempre colpito del lavoro con le famiglie riguarda la velocità. Mi spiego meglio. Quando lavori con le famiglie le risorse si attivano più velocemente e vengono utilizzate sia per affrontare i problemi che per metterli da parte. Il lavoro con la famiglia permette di affrontare in breve tempo questioni molto complesse e grandi sofferenze. E poi come spesso ci diciamo “anche un foglio di carta portato in due è più leggero”. Credo che proprio questo sia il più bel punto di forza della psicoterapia sistemica con la famiglia, rendere più leggera la sofferenza.

Antonella, ci parli della coterapia? Qual è il valore aggiunto di questa modalità di conduzione?

La coterapia è una modalità di conduzione delle sedute di psicoterapia della coppia e della famiglia, può essere utilizzata con i gruppi. Non è indicata nell’intervento con gli individui.  Credo che la coterapia sia la modalità dell’intervento sistemico che meglio di tutte incarna le premesse dell’epistemologia cui facciamo riferimento.  Spesso diciamo riprendendo le teorie di Gregory  Bateson, “due descrizioni sono meglio di una” oppure, rifacendoci agli studi sulla visione, diciamo che la visione binoculare “permette di percepire la prospettiva”. Quando conduciamo una psicoterapia utilizzando la coterapia, “noi siamo” due descrizioni, perché ciascuno di noi ha un modo di descrivere quella famiglia, quella coppia che si è rivolta a noi e “due descrizioni” allargano la conoscenza. E poi, ancora, “noi siamo” la visione binoculare, perché ciascuno di noi è un “occhio” che guarda la nostra famiglia, la nostra coppia e creiamo una prospettiva che ne approfondisce la conoscenza. Questo è il valore aggiunto, la possibilità di essere nel qui e ora dell’intervento due descrizioni che percepiscono altre prospettive.

Come si scelgono professoressa Bozzaotra i componenti della famiglia da convocare in una seduta? Se per esempio la famiglia è allargata e i genitori hanno dei nuovi compagni, come si procede?

Dobbiamo considerare che la psicoterapia della famiglia si è sviluppata rifacendosi alla psicologia delle relazioni familiari che aveva come famiglia che andava a descrivere, la famiglia nucleare. I cambiamenti sociali, culturali e legislativi hanno messo noi psicologi e psicoterapeuti della famiglia di fronte alla necessità di considerare le nuove forme della famiglia. La complessità delle famiglie ricostituite, di quelle omogenitoriali e di quelle interculturali interrogano gli psicoterapeuti della famiglia circa le modalità dell’intervento e in particolare dei componenti da convocare. Anche le nuove modalità di essere famiglia nucleare fanno emergere modalità nuove di convocazione e conduzione. Penso per esempio al fatto che alcune famiglie vivono dislocate e non più quotidianamente sotto lo stesso tetto. Allora come fare? Necessariamente dobbiamo ripensare le teorie e ripensandole trovare nuove possibilità di intervento. Per esempio, lo studio dei vincoli legislativi su alcune tipologie di famiglia ci permette di intervenire in maniera coerente con il modello sistemico. Anche le nuove tecnologie ci danno della possibilità d’intervento e penso a quello che dicevo prima a proposito della dislocazione.

 Professore Madonna, il gruppo di supervisione in che modo diviene risorsa per il sistema terapeutico?

Innanzitutto, giova ricordare che il processo della supervisione è di fondamentale importanza in relazione all’esercizio della psicoterapia. Per lo psicoterapeuta, il processo di supervisione coltiva insieme umiltà e attenzione responsabile: l’umiltà di cui ha certamente bisogno per poter considerare il paziente capace di insegnargli qualcosa circa i processi del proprio ammalarsi e del proprio guarire e per poter essere, così, rispettoso e non arrogante nella relazione con lui; e l’attenzione responsabile di cui ha certamente bisogno per poter diventare del suo paziente - per usare le parole di Carl Whitaker – il temporaneo “genitore affidatario”.

Quanto al lavorare in gruppo, va detto che è importante, molto importante, sia nel processo della formazione più in generale, sia nel processo della supervisione più in particolare. Considero il gruppo, per certi aspetti, come un “divisore”. La con-divisione delle difficoltà relative all’apprendimento di un lavoro complesso e di grande responsabilità e la con-divisione della paura di non esserne all’altezza, rende quelle difficoltà e quella paura più lievi e accettabili: “miracolosamente” ciascun membro del gruppo, opportunamente guidato dal supervisore, può alleggerirsi delle sue difficoltà e della sua paura senza appesantirsi di quelle degli altri. Per altri aspetti, considero invece il gruppo come un “moltiplicatore”. Il lavoro comune consente a ciascuno di nutrirsi dell’esperienza formativa dell’altro e di realizzare, per questa via, una crescita personale e professionale che avrebbe richiesto molto più tempo e molto più lavoro se fosse stata perseguita in un setting “individuale” di insegnamento/apprendimento.

Per rispondere all’aspetto più particolare della tua domanda, dirò, infine, che il gruppo di supervisione diviene risorsa – risorsa preziosa – per il sistema psicoterapeutico soprattutto divenendo luogo di conoscenza di esso: mettendosi nel campo di osservazione, cogliendo le informazioni fondate sulla somiglianza (gli isomorfismi, i fenomeni empatici e quelli metaforici) e restituendo queste informazioni al sistema psicoterapeutico, arricchite di senso e di proposte di connessione, perché possano essere più proficuamente utilizzate nei processi della diagnosi e della cura.

 

L’ “idea” di famiglia dello psicoterapeuta, professore Madonna, non rischia di condizionare fortemente il suo sguardo in seduta?

Certo, inevitabilmente. Un’ipotetica idea non condizionata e non condizionante sarebbe un’idea priva di relazioni, e pertanto morta, un’idea che non esiste. Un'idea di famiglia, come qualsiasi altra idea, è parte di un’ecologia di idee e non può essere che così, per tutti, psicoterapeuti e non psicoterapeuti, nel bene e nel male. E se è parte di un’ecologia di idee, un’idea porta con sé i riverberi e i ‘condizionamenti’ delle altre idee con cui è in relazione.

Uno psicoterapeuta ben formato, tuttavia, di questo è consapevole; non ritiene che esistano idee incondizionate e incondizionanti, non ritiene di possedere la verità o la visione oggettiva e, con umiltà, propone le sue idee, condizionate e condizionanti, non per metterle al posto di quelle dei suoi pazienti, ma per metterle accanto a quelle idee, per affidarle alle relazioni possibili e alle possibili generatività. Sarà il processo stocastico a stabilire quali idee - per vie necessariamente imprevedibili – potranno contribuire a generare salute e a prevenire patologia.

 

Giovanni, la psicoterapia familiare con la coterapia sembra suggerire che per prendersi cura di un sistema sarebbe più opportuno essere in più di uno, farsi affiancare nel proprio lavoro. Pensa che ciò si valido anche per altri tipi di processi di cura, come ad esempio quelli messi in atto dall’amministratore di un’azienda o di una città?

Mi fai venire in mente che, nella prefazione al nostro libro[1], Sergio Manghi parla di quella pratica sociale che da 2500 anni chiamiamo ‘politica’ in termini di cura della città. In effetti, la politica - intesa e declinata in senso alto e nobile - è una pratica di cura; e, in quanto pratica di cura, proprio come la psicoterapia, sì, credo che potrebbe giovarsi di una co-conduzione. Del resto la storia ci offre qualche esempio di co-conduzione nell’esercizio dei mandati di governo; penso ai consoli dell’antica Roma (consules: ‘coloro che decidono insieme’). E pure per quel che riguarda l’amministrazione di un’azienda, sì, credo che lavorare e assumersi responsabilità insieme, potrebbe contemperare gli eccessi e contribuire a generare buoni risultati.

 

Roberta De Martino

Psicologa e psicoterapeuta

 

[1] Madonna G., De Martino R., Verso una clinica delle macroecologie L’intervento clinico psicologico nei grandi sistemi viventi: Il caso di Napoli in Treatment, Franco Angeli, Milano, 2017.

 

Psicoterapia e supervisione sistemica. Alla ricerca delle interfacce: intervista a Antonella Bozzaotra e Giovanni Madonna

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Pubblicato il 18 Febbraio 2018

 Il 10 febbraio scorso, presso l’IIPR Napoli (in via Toledo 148), scuola di specializzazione in psicoterapia sistemico-relazionale, dove mi sono specializzata e dove ora sto concludendo la mia formazione come didatta, Catello Parmentola, psicologo, psicoterapeuta, dirigente psicologo presso l’ASL Salerno e didatta dell’istituto, ha dato vita a un seminario molto interessante dal titolo "Fino alla fine del tempo. Una riflessione sull’Hospice, la psicologia palliativa e l’ultimo tratto di noi". Cercherò in questo breve articolo di riassumere gli aspetti più rilevanti emersi, sapendo di fare torto con “un’obbligata” sintesi a una giornata ricca di contenuti e di spunti di riflessione.

Il seminario nella sua realizzazione, a mio avviso, ha isomorficamente mostrato quanto affrontare il tema della morte e della malattia terminale richieda “vicinanza”, il non restare soli, tanto è vero che il professore ha voluto circondarsi di validi co-relatori durante tutte la giornata: Federica Gerli, allieva al quarto anno dell’IIPR Napoli, che ha raccontato la propria esperienza di assistenza domiciliare alle famiglie con bambino con malattia inguaribile; Giulia Marchetti, psicologa hospice, che ha illustrato ai partecipanti, attraverso l’ausilio di interessanti casi, cosa sia l’hospice e cosa siano le cure palliative; Raffaele Felaco, psicologo e psicoterapeuta, che ha raccontato agli astanti la bellezza del lavoro dello psicologo dell’emergenza; Annalisa Cocozza, didatta dell’IIPR Napoli, che ha narrato la propria esperienza lavorativa con la malattia oncologica connettendola con la teoria sistemico-relazionale del sogno illustrata da Giovanni Madonna nel testo “Sogno, guarigione e cura” e infine la scrittrice Francesca G. Marone che ha condiviso con i partecipanti alcuni stralci del suo romanzo “Poche rose, tanti baci”.

Avevo un po’di timore nei confronti di questo seminario: parlare per un intero sabato di morte e malattia non sapevo quali dolorose emozioni avrebbe potuto suscitarmi e invece posso dire, ora che ho un attimo di tempo per rifletterci su, attraverso le pagine di questo blog, che in fin dei conti tutta la giornata formativa è stata una commovente celebrazione della vita. E tale celebrazione forse era già contenuta nel richiamo del professore Parmentola, a incipit della giornata, all’insolita “leggerezza” che lo ha spinto ad accettare di lavorare nell’hospice: davanti alla morte spesso si trova un’istintiva audacia che consente di essere pienamente nelle cose e con “misure” più opportune e calibrate.

“Di fronte alla morte non si sa che dire e che fare, ma ci sono vari modi di non sapere cosa dire e cosa fare, lo si può fare “male”, “così così”, “bene” e “benissimo”, queste le parole del professore Parmentola che hanno fatto da cornice ai vari interventi che si sono susseguiti durante il seminario; il suo invito a soffermarsi sulla narrazione di variegate esperienze sul lutto e sulle malattie, ha consentito, a mio avviso, ai partecipanti di accedere alla propria area del “non saper cosa dire e cosa fare, benissimo”, iniziando a fare i conti con le proprie rappresentazioni e i propri vissuti. Ciò che è emerso dal confronto tra i relatori e gli astanti è che forse ciò che più conta è far sentire al paziente e ai familiari che si è presenti, che se si vuole lo psicologo è lì, è presenza, una presenza che rispetta il dolore e che non reitera atteggiamenti “soliti” di ingenua e maldestra “cura” che magari suggeriscono soluzioni immediate per smettere di soffrire. Anche Massimo Troisi, ha sottolineato Parmentola, ci ha ricordato la legittimità della sofferenza nella pellicola “Pensavo fosse amore invece era un calesse”, quando nei panni di Tommaso, dopo una scottante delusione d’amore, di fronte alle tante sollecitazioni degli amici, afferma “Lasciatemi soffrire tranquillo … voglio solo soffrire bene…”.  

In una società in cui, come spiegato dal professore, sembra non esserci più il “tempo della parola”, in cui vige il “non perdiamoci in chiacchiere”, l’hospice diventa luogo del risarcimento: c’è il tempo per tutte le parole, parole che consentono una opportuna elaborazione. E trovare le parole giuste quando occorre comunicare una diagnosi è compito veramente difficile e allora lo psicologo, ricordandosi che anche nel dolore ci portiamo le nostre particolari caratteristiche, può cercare di far emergere, stando attento agli accenti, una “verità sostenibile” per il paziente e per il suo sistema familiare.  

Un altro tema importante che è emerso, parlando di morte, è stato quello dell’ “aver avuto”: quando si sta perdendo una persona amata o addirittura la propria vita forse vale la pena ricordare che si può perdere ciò che ci è caro solo se l’abbiamo avuto, “nessuno di noi rinuncerebbe ad avere per non rischiare di perdere, ricordare allora di avere avuto è un buon affare”, ha affermato Parmentola.  Ciò che più preme al malato terminale giunto alla fine del suo percorso di vita è che ogni cosa sia al suo posto, che il “bilancio relazionale” sia in ordine perché, come sottolineato dal professore, “il saldo più importante è quello affettivo”: andarsene senza rancori, senza cosa non dette, non dichiarate… E il seminario anche nella conclusione rispetta isomorficamente il tema della “fine”: ci siamo lasciati senza guardare l’orologio, solo quando tutte le emozioni e le riflessioni che sentivamo di voler condividere sono state espresse; e sulla fine di questo articolo ripensando ai miei timori iniziali legati alla mia ipocondria, che a volte mi fa viaggiare con l’angoscia di morte “avanti”, recupero alcuni aspetti positivi: il mio bilancio relazionale è quasi sempre a posto, se litigo con qualcuno cerco subito di chiarire e di dimenticare il motivo del contenzioso, dico ciò che penso e cerco di assumermi il coraggio delle mie azioni ed emozioni, proprio perché do alla vita un immenso valore e ho presente che è un dono prezioso e ahimè non eterno.

 

Roberta De Martino

Psicologa e psicoterapeuta

 

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Pubblicato il 30 Maggio 2017

“Sogno, guarigione e cura”, questo è il titolo del libro, di cui mi pregio di essere tra le autrici con un capitolo dedicato alla cultura degli sciamani toltechi, presentato, presso la sede dell’Ordine degli Psicologi, lo scorso 25 maggio nell’ambito della rassegna "Letture in Ordine": l'agenda di eventi letterari organizzata dall'Ordine Psicologi Campania dedicata agli psicologi, agli studenti di Psicologia e a tutti gli appassionati di lettura. Il testo, scritto da Giovanni Madonna (didatta e responsabile della sede di Napoli dell’IIPR) e collaboratori, rappresenta un contributo allo “sdoganamento” del sogno nell'approccio sistemico-relazionale. Madonna, infatti, propone, aiutato da altri colleghi (per lo più didatti e allievi didatti dell’IIPR Napoli) una teoria sistemico-relazionale del sogno in chiave di Ecologia della Mente. Presenti all’incontro la Presidente dell’Ordine degli Psicologi della Campania, Antonella Bozzaotra, la Vicepresidente, Lucia Sarno, Fausta Nasti, Psicologa Psicoterapeuta, e Gino Vitiello, Medico Psicoterapeuta.

A dare per prima i saluti è la Presidente Bozzaotra (anche lei tra le autrici del testo): “sono contenta di presentare questo libro qui all’Ordine, tra i sogni di questo luogo, e sono ancora più contenta perché con questo testo si realizza un sogno: quello di scrivere tutti insieme come gruppo coeso di lavoro dell’IIPR Napoli un testo, resocontando, in parte, un lavoro di squadra che operiamo quotidianamente”. Su tale tema si aggancia anche Lucia Sarno che commenta: “questo testo è un esempio riuscito di coproduzione che affronta un tema affascinate come quello del sogno, una condizione psichica straordinaria che vince la morte e che tanto ha invitato costantemente a confrontarsi. Già Freud e Jung avevano idee differenti, c’è una battuta nota, che ci ripetevamo quando ero studentessa all’università, relativa al fatto che Freud probabilmente osservando un sogno si sarebbe chiesto il paziente da dove stesse venendo mentre Jung si sarebbe chiesto dove stesse andando”. Completa la presentazione Fausta Nasti: “ho letto volentieri questo testo che mi ha profondamente emozionata perché attraversa diversi contesti e mostra come il sogno già di per sé sia curativo. E’ un lavoro interessante perché non costringe a verità assolute ma apre tante domande”. Gino Vitiello, poi, conclude la presentazione: “è un libro completo, parla a 360 gradi del sogno, di questa funzione importantissima della nostra coscienza e per molti aspetti ancora misteriosa che avviene quando siamo liberi dai limiti del nostro corpo”.

A conclusione dell’incontro a prendere la parola è proprio Giovanni Madonna, principale autore del testo, “sono particolarmente affezionato a questo libro perché è una “sinfonia”, non è un “canto solista” e anche perché questa volta, ancor di più che nei miei altri testi, mi sembra di aver aperto le stanze della psicoterapia per dire ai lettori “guardate!” Credo che il sogno svolga una funzione auto riparativa molto importante, da sempre, fin da quando siamo piccoli e che lo faccia per tutta la vita. Il sogno mette insieme istanze contraddittorie tra l’esterno e l’interno di un individuo e combina anche quelle istanze interne che risultano contradditorie, rendendole compatibili. Il paziente che porta un sogno in psicoterapia aiuta lo psicoterapeuta a non essere contro sistemico e a facilitare il processo di autoguarigione messo in campo: la creatura guarisce da sola, a noi psicoterapeuti tocca tenere puliti i margini delle ferite. Nel mio testo propongo un intervento relativo al sogno che nulla ha che fare con le interpretazioni: noi psicoterapeuti proponiamo solo definizioni ulteriori da mettere accanto a quelle del paziente, proponiamo senso, non ci interessa capire cosa significa il sogno ma cosa contempla, cosa sta combinando. Il mio è un invito a un approccio rispettoso che non si chiede, come faceva Freud, il paziente da dove sta venendo, né come faceva Jung dove sta andando, è il paziente che decide da dove vuole partire. Piuttosto mi sembra opportuno osservare semplicemente il paziente come sta camminando”


https://www.facebook.com/librosogno/
Sogno, guarigione e cura di Giovanni Madonna e collaboratori
Sogno, guarigione e cura di Giovanni Madonna e collaboratori Sogno, guarigione e cura di Giovanni Madonna e collaboratori Sogno, guarigione e cura di Giovanni Madonna e collaboratori

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Pubblicato il 18 Maggio 2016

Ancora il Professor Parmentola...

LA FORMAZIONE DEL SOGGETTO TERAPEUTICO

di

Catello Parmentola

La crescita personale del soggetto terapeuta non deve paludarsi nell’illusione che ormai già si sappiano le cose da sapere e che le cose da sapere siano le uniche cose che contano.

Le ‘cose da sapere’, le nozioni formali, possono costituire a volte una sorta di difesa separante per il terapeuta che non ‘sostiene’ ancora l’incontro con il paziente.

In tal caso, possono esserci malintese interpretazioni della forma, non nella logica ‘volàno indispensabile’ alla liberazione del processo relazionale e terapeutico, bensì nella logica del proteggersi dal processo.

La solida preparazione formale è indispensabile proprio per potersi fidare del proprio ‘sentire’ intersoggettuale, ben sostenuto da una solida, sedimentata base ‘culturale’.

Le ‘nozioni’ nei percorsi formativi sono generalmente bene insegnate e bene apprese.

Questo suggerirebbe una maggiore concentrazione sul pezzo mancante della sedimentazione ‘personale’ di quanto appreso, piuttosto che ‘ridondare’ gli aspetti formali, in una collusione tra le ‘difese’ degli allievi e quelle dei didatti.

Va assegnata estrema importanza alla premessa formale indispensabile alla liberazione del processo.

Ma è indispensabile anche non dimenticare che il fine della premessa formale è la liberazione del processo, altrimenti si resterebbe per sempre a livello di premessa.

Questo contributo riconosce l’importanza della premessa come la riconoscono tutti.

Ma, contestualmente, sollecita ad andare oltre la premessa, come sollecitano in pochi.

  1. La calibratura sulla soggettività:

da fare lo psicologo ad essere un soggetto psicologico

A causa anche di esposizioni istituzionali, negli anni ’80-’90, mi sono molto occupato del ‘soggetto’ psicologo e della sua capacità di essere un soggetto psicologico.

L’essere psicologici si sostanzia dell’essere sempre capaci relazionalmente di calibrarsi sulla soggettività, delle persone, dei contesti, dei momenti…

Questo, in dialettica col Mondo in cui, essendo quasi sempre tutti troppo occupati-disturbati da sé, la costante mancanza di questa calibratura causa e descrive spesso situazioni antieconomiche, non sostenibili, ammalanti…

Proprio per questo, si struttura una domanda psicologica e sarebbe quindi imperdonabile e paradossale se, nella relazione psicologica, si ripetesse il Mondo e si riproducesse la stessa scalibratura.

Da questa considerazione consegue che il primo requisito personologico di un soggetto psicologico è la calibratura sulla soggettività che istituisce contesti relazionali sostenibili e ‘lavorabili’.

Adesso non è per nulla detto che un psicologo, solo perché laureato in psicologia, possegga di per sé questo requisito, sia quindi contestualmente anche un soggetto psicologico.

È di tutta evidenza che si possa essere dei soggetti anche molto psicologici pur non essendo psicologi, come si possa essere psicologici anche da 110 e lode, pur non essendo per niente soggetti psicologici.

L’esigenza di formare contestualmente sia lo psicologo che il ‘soggetto’ psicologo (la persona dello psicologo) affinché sia funzionalmente sempre anche psicologico, l’ho molto segnalata –in ogni sede- negli anni ’80-’90.

Ho cercato di focalizzare epistemologicamente lo sguardo e l’ascolto psicologici, l’essenzialità della psicologicità della relazione, i suoi requisiti e, in generale, quelli che erano i Soggetti e gli Oggetti della psicologia.

Ma purtroppo erano generazionalmente tempi difficili per gli psicologi, tempi di guerra, di macchina e di pietra, in cui si era troppo impegnati a farsi professionalmente largo in termini giuridico-amministrativi e sindacalistici.

E così furono molto sottovalutati e trascurati gli aspetti epistemologici e culturali, considerati, in quei tempi duri, quasi alla stregua di voluttuari vezzi intellettualistici.

Abbiamo pagato questo errore tragicamente nei decenni successivi, sia in termini di fragilità identitaria che in termini di confusione epistemologica ma anche normativa e professionale.

  1. Far ‘succedere’ la relazione:

da fare lo psicoterapeuta ad essere un soggetto terapeutico

Lo stesso paradosso finora descritto a proposito di psicologo e soggetto psicologico, si può cogliere anche a proposito di psicoterapeuta e soggetto terapeutico.

È importante che si formi rigorosamente lo psicoterapeuta.

Che egli apprenda quelle indispensabili nozioni formali, tutti gli autori di riferimento e tutte le regole della propria pratica clinica.

Tuttavia, se essere psicologici significa calibrarsi sulla soggettività, essere terapeutici significa far ‘succedere’ relazione, nel senso della relazione tra il dottore e il paziente e nel senso di riuscire, con i tempi e i modi della clinica, a sciogliere e liberare gli accessi relazionali del paziente a se stesso e ai propri nuclei conflittuali e infine al Mondo.

Da questo punto di vista, qualunque modello clinico è comunque pur sempre relazionale, perché utilizza paradigmaticamente la relazione dottore-paziente e perché interroga in ogni caso paradigmi connettivi, sia che si debba mettere in contatto con parti remote (l’inconscio dinamico per come si forma), sia che si debba mettere in contatto con parti costrette alla distanza perché non ancora distinti (l’inconscio fenomenologico per come si dice).

Allora, se è indispensabile ‘far succedere la relazione’ e, per farla succedere, è indispensabile che gli psicoterapeuti siano soggetti terapeutici, si pone la questione di dovere formare gli psicoterapeuti in tal senso.

Perché, riprendendo il paradosso di sopra, non è detto che i soggetti terapeutici siano degli psicoterapeuti allo stesso modo in cui non è detto che gli psicoterapeuti debbano essere di per sé dei soggetti terapeutici.

Come ho conosciuto psicologi molto poco psicologici, così ho conosciuto psicoterapeuti molto poco terapeutici (per ovvi motivi, per esempio, quasi tutti quelli di formazione medica).

Si pone dunque la questione di formare la terapeuticità degli psicoterapeuti, questione quanto mai complessa.

3 La formazione del soggetto terapeutico

Direi che il primo punto di questo processo formativo è essenzialmente epistemologico (come dice Husseerl, gli psichisti non possono rimuovere i problemi epistemologici generati proprio dalla forma del loro sapere).

Questo per un motivo molto semplice: se lo psicoterapeuta non è epistemologicamente interessato a comprendere il suo Oggetto professionale, a comprendere il senso dello stare in quel piano di relazione, cosa ci sta a fare eccetera, non comprenderà neanche l’importanza e il senso della terapeuticità e del fare succedere relazione. E, quindi, non potrà neanche essere interessato ad interrogarsi riguardo ai requisiti più funzionali in tal senso e, eventualmente, formarcisi e lavorarci sù.

Se lo psicoterapeuta, per i più diversi motivi –spesso di difesa- non realizza che la terapeuticità non è garantita dalla buona organizzazione formale del setting in sé, e neanche da una semplice buona accoglienza, buona disposizione, buona comprensione terapeutiche, ma è invece correlata a un ‘far succedere relazione’, non cercherà di formarsi e maturare i requisiti anche personologici che favoriscono questo obiettivo.

Un passaggio fondamentale è focalizzare che la ‘relazione che si instaura’ tra dottore e paziente è solo l’inizio del discorso, non ci porta mai troppo lontano.

Lo scarto decisivo avviene quando comincia a succedere la relazione a livello intersoggettuale, tra la persona del dottore e la persona del paziente.

La psicoterapia inizia molto dopo che il dottore e il paziente hanno cominciato a incontrarsi (instaurato la relazione), mesi dopo, a volte anni dopo.

La psicoterapia inizia realmente quando il paziente sente che il dottore ‘davvero’ ci tiene a lui (paradigmatico del suo cominciare a tenerci a se stesso).

E comincia a funzionare davvero solo quando il paziente comincia a tenere al dottore più di quanto tenga a Quello che sta ‘difendendo’ (paradigmatico del suo cominciare a tenerci a se stesso più di quanto ci tenga a Quello che sta difendendo).

La profondità di questi livelli non interroga il dottore riguardo al suo essere formalmente uno psicoterapeuta, bensì riguardo al suo essere un soggetto terapeutico, funzionale a questi livelli di profondità, capace di accessi e maneggiamenti a questi livelli.

Non tutti quelli che sono formalmente psicoterapeuti hanno questa capacità, o comunque non tutti nella stessa misura.

Ma se si tratta di una capacità indispensabile all’essere soggetti davvero terapeutici, al far succedere davvero relazione ai livelli a cui deve succedere, allora questa capacità andrebbe sempre formata.

Solo una pregiudiziale chiarezza epistemologica riguardo a tali questioni ci può dare la motivazione, la determinazione e il coraggio necessari per ‘affrontare’ questi passaggi formativi.

Il coraggio richiesto è il punto dirimente, trattandosi precisamente del motivo per cui sono sempre elusi sia i discorsi su questi passaggi formativi e sia, a maggior ragione, i passaggi formativi stessi.

Perché coraggio? Per due importanti motivi: il primo è che questi passaggi formativi non possono non esporre –già durante la formazione- dei requisiti anche personologici; il secondo è che questa formazione è finalizzata proprio all’ ‘esposizione’, ad un’esposizione molto maggiore -e ad un livello molto più intersoggettuale- nei confronti del paziente.

È una formazione che ci interroga: ‘hai studiato la psicoterapia, probabilmente sai fare anche lo psicoterapeuta, ma sei il soggetto più adatto a farlo?, sei un soggetto autenticamente terapeutico’?

I requisiti anche personologici da formare per essere-divenire soggetti terapeutici, sono tanti e meritevoli di specifici approfondimenti: rimando anche al mio articolo su Lo ‘stato mentale’ del terapeuta - la quota processuale nella relazione psicoterapeutica: una riflessione sugli aspetti formativi, etici ed epistemologici.

Qui vorrei soffermarmi sulle criticità che hanno impedito o ‘corrotto’ la formazione del soggetto terapeutico.

La prima criticità è costituita da un equivoco: pensare che la formazione dei requisiti terapeutici si risolva (o sia implicita) nel lavoro su se stessi. Ritenere che l’attraversamento personale dell’allievo, magari la psicoterapia didattica, la consapevolezza, l’elaborazione e il compenso dei propri nuclei conflittuali, il perseguimento del proprio equilibrio, di per sé, questo garantisca terapeuticità, renda automatica la funzionalità terapeutica.

Io penso a queste cose, invece, come a cose di retroguardia, utili magari a non contaminare il setting e a non fare danni (che è già tanto…), ma non sufficienti in sé ad attivare funzionalmente accesso relazionale.

Queste cose, al massimo, garantiscono –come detto sopra- buona disposizione, buona accoglienza, buona comprensione terapeutiche.

Ma poi? Che facciamo? Osserviamo la relazione da questa quieta nicchia? No, ci vogliono ben altri requisiti, occorre ben altro Estro terapeutico per alimentare quel fuoco eracliteo che, come dice Wittgenstein, accende figure dell’anima.

Privilegiare requisiti di retroguardia o ‘ben altri requisiti’ è tutt’uno con quello che epistemologicamente si ritiene debba essere il senso della relazione psicoterapeutica.

I miei autori di riferimento non la pensano come un Luogo che debba raffreddare e calmare e diffidano del troppo equilibrio e dell’eccessiva ‘comprensione’ terapeutica.

Sarebbero discorsi lunghi. Diciamo che possono funzionare benissimo anche dei setting molto ‘cauti’ dal punto di vista formale.

Ma dubito che possa essere terapeutico chi è ‘troppo’ cauto soggettivamente.

Difficile aprire, sciogliere, contattare se abbiano noi stessi, nella nostra economia intrapsichica, ancora qualcosa che ci frena o ostruisce.

Nella mia esperienza personale di formatore, mi è capitato a volte di cogliere straordinarie potenzialità terapeutiche proprio negli allievi meno sospettabili in tal senso, apparentemente degli outsider a causa dei soggettivi estri.

Se lo psicoterapeuta è attraversato da molte esperienze paradigmatiche ed è facile a risonare, è sulla buona strada, per diventare anche un soggetto autenticamente terapeutico.

Dunque, dicevamo, ‘ben altri requisiti’ (non ‘di retroguardia’) compongono ed edificano questo particolare estro terapeutico che bisognerebbe formare e maturare (entrambe le cose, poiché si tratta di un processo a più livelli).

Ma, seconda criticità, sono requisiti che non si possono ‘apprendere’ attraverso nozioni formali, ‘lezioni formali’.

Innanzitutto è indispensabile che i formatori siano essi stessi in possesso dei requisiti personologici di cui stiamo parlando, pena l’impossibilità di formarli negli allievi.

Questa è un’altra criticità, poiché si tratta di quella generazione di didatti ‘di macchina e di pietra’, quelli dei tempi duri, giuridico-amministrativi e sindacalistici, quelli che venti-trent’anni prima hanno sottovalutato e disdegnato l’epistemologia.

Ma, nel caso siano in possesso di questi requisiti, nel caso possiedano estro terapeutico, nel caso siano soggetti terapeutici, come formare Questo negli allievi, non trattandosi di nozioni formali trasmissibili attraverso lezioni formali?

La mia risposta è: trasmettendo suggestioni ed emozioni identificative (carismi) in un’esposizione interpersonale, incarnando l’esempio, facendo ‘succedere’ dentro l’allievo cose formative.

Il didatta non abbastanza solido ed esperto di governi epistemologici e deontologici delle esperienze professionali tende ad eludere queste esposizioni, le teme, teme le vertigini e i rischi del campo relazionale aperto, non controllato, non configurato nei ruoli.

Non comprende che anche queste esposizioni rientrano a pieno titolo nel ruolo di formatore perché, se rifuggono l’intersoggettuale con gli allievi, danno un cattivo esempio: un domani i loro allievi rifuggiranno l’intersoggettuale con i loro pazienti, proteggendosi dentro setting iperformalizzati e con regole standardizzate.

Anche la paura o il coraggio possono diventare dei paradigmi.

4 La maturazione del soggetto terapeutico

In un percorso ideale, dopo che lo psicoterapeuta ha completato la formazione, sia con riferimento ai requisiti formali, sia con riferimento a quei ‘ben altri requisiti’, inizia un processo di maturazione nell’esperienza, in cui specifica progressivamente le calibrature intersoggettuali, precisa la propria cifra terapeutica nell’apprezzamento ogni volta di ciò che è più funzionale o più ‘critico’.

È fondamentale l’apprendimento formale per fare bene lo psicoterapeuta.

Poi è anche importante ‘dimenticare’ quello che si è appreso per essere anche un soggetto terapeutico, per accedere al paziente senza le frapposizioni e le interferenze del ‘formale’.

Quando il formale è ormai sedimentato in automatismi processuali, non c’è più bisogno di ‘pensarlo’: il richiamo del formale come ‘misura’ dell’andamento clinico costituirebbe solo un indicatore di insicurezza e criticità nel gioco intersoggettuale e nel ‘processo’ terapeutico.

Il soggetto terapeutico, non distolto da misure formali, interroga ed espone le sue misure umane ed etiche, inferendo uno standard di minore rigidità e di maggior rigore alla sua pratica clinica .

Se non accadesse questo, se –a livello cognitivo- non si ‘dimenticasse’ il formale, sedimentandolo ad un livello più profondo in ‘naturali’ automatismi processuali, la psicoterapia diverrebbe –nel lungo tempo- una fatica impagabile.

L’unica possibilità che non costituisca una fatica insostenibile e, quindi, impagabile, è che una quota di ripagamento sia costituita dalla levità e dalla bellezza dell’incontro intersoggettuale, l’incontro tra persone.

Che l’esperienza clinica sia identificata a un livello più profondo di comprensione e di sentimento, che ci intercetti e intercetti la nostra vita.

Nella mia esperienza, gli psicoterapeuti con difficoltà di sedimentazione (è molto ricorrente in quelli di formazione medica), a lungo andare sono estenuati da un antipsicologico controllo formale, desolati dalla mancanza di accessi e respiri termici, e ‘scoppiano’ in una dismisura ossessiva.

Se non ci si ‘gode’ i pazienti ed ‘emoziona’ gli incontri con i pazienti, decenni e decenni di ‘lavoro’ e transazioni solo ‘tecniche’ davvero non si possono ‘reggere’.

L’accesso intersoggettuale ci espone come persone, quindi ci consente di utilizzare come risorsa terapeutica noi stessi, le nostre caratteristiche personologiche, i nostri talenti.

Il formale sedimentato ci rende più solidi e tranquilli in quell’esercizio terapeutico di noi stessi che le regole formali avevano costipato, tarpando la nostra funzionalità.

Questo significa potere essere funzionali anche su un più ampio spettro casistico, con tutti quei casi che richiedono brillantezza, fantasia, ‘leggerezza’, creatività, divergenza, temperamento, humor.

Il soggetto terapeutico deve incarnare l’esempio, incarnare l’accesso, la faciltà di accesso relazionale, per potere sciogliere, nella relazione che sta succedendo, l’accesso del paziente, la faciltà di accesso relazionale del paziente, prima paradigmaticamente al terapeuta, poi a se stesso e ai propri nuclei conflittuali, infine al Mondo (senza più nervi personali, non ci saranno più ‘nemici’ -proiezioni contagianti dei nostri meccanismi di scissione-, solo differenze).

Inutile girarci attorno: sono interrogati anche livelli ‘sentimentali’, maneggiamenti e governi dei sentimenti, far pratica di questo, diventare più esperti, equilibrati e maturi in Questo.

Lacan dice in fin dei conti io non sono lì per suo bene ma perché egli ami.

E come potremmo sciogliere l’amare dei pazienti, se siamo ancora spaventati dall’amare noi terapeuti?, se siamo ancora bloccati nell’amare noi terapeuti?, se abbiamo difficoltà con Questo?

Lacan continua così: Questo vuol dire che devo insegnargli ad amare? Certamente, sembra difficile elidere tale necessità.

Per Lacan dunque è ineludibile che lo psicoterapeuta, per essere un soggetto terapeutico, porti a quest’altezza (sentimentale) il livello del discorso relativo alla sua pratica clinica.

Lacan distingue ovviamente l’amore dall’amare, ma sostiene che la questione della buona funzionalità dei meccanismi dell’amare nello psicoterapeuta sia una questione non eludibile, addirittura dirimente: per quanto riguarda l’amare e il sapere che cos’è amare, io devo almeno, come Socrate, poter rendere testimonianza a me stesso di saperne qualcosa.

Dunque, per un terapeuta, saperne delle cose dell’amare, sembrerebbe essere un requisito davvero indispensabile. Impratichirsi delle cose dell’amare dovrebbe quindi essere parte del suo percorso formativo.

Nel mio piccolo, ho provato a non separare troppo le lezioni dalle relazioni, inventandomi le relezioni, nel timore che i miei allievi fissassero un paradigma separante.

Ma queste ovvietà riguardo all’importanza dell’amare e riguardo all’importanza che se ne tenga in conto nei contesti formativi, queste ovvietà sono esattamente le cose meno dette, particolarmente eluse proprio nei percorsi formativi.

Conclusioni

Il setting si sostanzia di quello che il paziente porta e non dei miti formali del terapeuta.

Uno a uno, diceva Lacan, dimenticare ogni volta il paziente precedente. Ogni volta non si sa cosa sta per succedere, si può dire, pensare, ‘sentire’ tutto; (proprio perché) non si può fare niente. Ogni volta è un’Altra Cosa: Lacan variava luogo, durata e tutto, dal punto di vista formale. Con una rigorosissima presa sostanziale sul processo terapeutico.

Partendo da un modello teorico completamente diverso, Hillman ha raccontato la sostanza del setting nelle stesse suggestive logiche, stando molto sulle atmosfere e sui linguaggi intersoggettuali

Grandi Maestri, insomma, ci ricordano che i modelli teorici sono solo dei paradigmi da interiorizzare, non standardizzate regole separanti: è col paziente che si deve stare, solo con il paziente.

È soprattutto il paziente che ‘fa’ la direzione: la sua fantasmatica descrive di volta in volta il mandato del terapeuta.

Lo psicoterapeuta deve essere soggetto terapeutico, funzionale allo scopo di far succedere relazione.

Ma quali sono le caratteristiche che dovrebbe possedere uno psicoterapeuta per essere ‘soggetto terapeutico’?, come si incarna meglio l’accesso relazionale?, come si può essere più funzionali ai fini del far succedere la relazione?

E come si possono ‘insegnare’ queste caratteristiche, per edificare un terapeuta che sia soggetto terapeutico?

Belle domande. Di sicuro, trattandosi di requisiti personologici, non possono venire maturati attraverso saperi formali.

Quindi, le Scuole di Specializzazione che, per distinguersi, si specificano sempre di più i setting con troppe regole formali e standardizzate, non rendono buoni servigi a questa causa.

Per tenere tutti gli aspetti richiamati in un solido ed organico discorso, basterebbe che, intanto, le Scuole di specializzazione potenziassero le unità formative dedicate all’epistemologia.

In questo modo, si potrebbe bene rispondere a quelle belle domande poste sopra. Focalizzare gli stati mentali più funzionali a ‘fare succedere relazione’ ed eventualmente liberarli in modo più mirato da soggettive ostruzioni, con forme di attraversamento personale e clinica didattica.

Solo in un organico governo epistemologico dei percorsi formativi, possono trovare il più equilibrato bilanciamento i requisiti formali del setting, quelli personologici dello psicoterapeuta in formazione e il lavoro su se stessi (clinica didattica), al fine di consentire al futuro terapeuta di esprimere funzionalmente tutte le sue risorse terapeutiche, in primis il suo ‘amare’ (faciltà di accesso) e il suo soggettivo estro (terapeutico).

Catello Parmentola

Ancora il Professor Parmentola...

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Pubblicato il 18 Maggio 2016

Ancora una volta nel mio blog un ospite desiderato e atteso: il professor Catello Parmentola

A PROPOSITO DEL LATO OSCURO DELL’AMORE,

DELLA VIOLRENZA DI GENERE

E DI MASCHI SPAVENTATI


di Catello Parmentola

La presentazione del bel libro di Leonardo Abazia su ‘il lato oscuro dell’amore’, lo stalking e la violenza di genere, mi ha sollecitato tre punti di riflessione.

  1. IL MASCHIO SPAVENTATO

La filosofa francese Luce Irigaray scrisse negli anni ’70 ‘Amo a te’, per sottolineare la circolazione sentimentale tra due soggetti, in opposizione allo schema soggetto – (complemento) oggetto descritto dall’espressione ‘io amo te’.

La pornografia stabilisce un rapporto di desiderio tra un puro soggetto e un puro oggetto: il desiderio si accende in me per qualcosa che non mi desidera.

Invece la circolarità del desiderio è la proprietà del linguaggio poetico che si svolge in falde della persona anche molto segrete.

Questa distinzione consente di definire cosa sia la volgarità.

(V. Sermonti)

Questa frase fa risuonare la paura di noi maschi di metterci processualmente nella circolazione poetica desiderio desiderante desiderato (Lacan, dal suo famoso ottavo Seminario).

'Fissare' la donna nell'oggetto desiderato per la paura di essere desiderati, la paura di non essere all'altezza della soggettualità dell'altra, la paura di non 'controllare' la misura nello spazio-tempo della Cosa, la misura della Conseguenza.

Ma non voler vedere l'altra che desidera, il desiderio-protagonista dell'altra, toglie ogni riferimento alla calibratura, ed espone 1 a non sapere cosa pensare-dire-fare (senza l'alimentazione intersoggettuale), 2 a pensare-dire-fare tecnicamente 'volgare', inappropriato, fuori tono-misura, non calibrato.

Questo fa risuonare la Paura e le sue volgari Conseguenze, ogni personale ‘non sapere che pensare-dire-fare’, sbagliare a parlare, il fantasma del Bar dello Sport, il sesso che non incontra, il non godersi l'altra.

È tutta roba che riguarda quasi tutti gli uomini, quasi una legenda delle nostre inabilità e dei nostri pasticci, tutte le volte che abbiamo voluto scambiare i 'sì' per dei 'no', perché sono i 'sì' che ci interrogano e ci espongono, i 'no' sono la nostra fuga addossata all'altra. Tutte le volte che non abbiamo voluto godere il sesso che già c'era perché impegnati a 'controllare' la costruzione di quello (del sesso) che non c'era. Lo stolto che cerca il fuoco con la lanterna accesa.

È il desiderio circolante che sfuggiamo, mettendoci di lato a parlare di quello che dovrebbe venire, a chiedere ed aspettare quello che dovrebbe ancora venire.

È il sesso che già c'è, che sfuggiamo.

È una malattia più comune di quanto si creda, una malattia di genere, una malattia degenere.

Uomini che non sanno come godere la circolazione, come prendersi quello che già c’è, tendendo le mani, respirando l’altra a pieni polmoni, accoglierla con fiducia, goderla indipendentemente, nelle Cose e non nell’Aspettativa, prendere Lei, a culo l’Appuntamento.

Il desiderio è la realizzazione di un Io (formale?) che non conosce l'Io (processuale?). Insomma, sguazziamo nell'Inconscio.

Il desiderio-consumo di questo tempo sociale è la realizzazione di un Io che non conosce l'Io, teniamo a pascolare le possibilità nell'Inconscio.

Il desiderio desiderante che si svolge per conto suo, ignorando l'altra desiderante ed il sé desiderato, si condanna in un piccolo perimetro disegnato dai meccanismi di difesa inconsci e dalle strategie di sopravvivenza inconsce. Appunto: sguazziamo nell'inconscio. E il piccolo perimetro è il maschio, il bar, quell'idea molto parziale e s-calibrata, tecnicamente volgare, di sesso, e quella misura spaventata di incontro con l'altra.

Invece di godercela, entrambi, alla grande. Agendo falde anche molto profonde, molto segrete, nella circolarità fiduciaria e paritaria del desiderio.

Questa è la battaglia che molte donne stanno combattendo per liberare certi schemi di relazione da sovrastrutture, e questa è la battaglia che sta combattendo anche la scrittura femminile per liberarsi dalle stesse sovrastrutture e dire il desiderio in modo circolare e poetico, invece che nella pornografia dello schema maschile, 'da Oggetto parlante', Oggetto dicente dal punto di vista di 'qua'.

Il 'qua' ed il 'là', senza circolazione. Il 'qua' che si conquista il diritto alla parola, parlare allo stesso modo del 'là', ma entrambi negati del diritto alla circolazione. Due luoghi, anziché un movimento.

2 PERCHE’ IL MASCHIO È SPAVENTATO

Il maschio non si è ancora abituato al Piacere femminile, per il semplice fatto che il piacere femminile è –sul tempo antropologico- ancora ‘una novità’, essendo stato disconosciuto per milioni di anni.

Era disconosciuto, se ne poteva fare a meno, perché non era riproduttivo, non era indispensabile alla preservazione della specie.

C’era qualcosa di non giusto e non democratico nella sorte della femmina.

Mentre l’orgasmo maschile era riproduttivo, mentre il piacere maschile era indispensabile alla riproduzione, quello femminile no.

La prosecuzione della specie avveniva anche senza il piacere femminile. E così il godimento delle femmine veniva considerato poco importante, era disconosciuto, se ne poteva fare a meno.

Alle femmine questo non poteva stare bene. E così svilupparono strutture e strumenti adatti per conquistare, rivendicare, affermare il proprio piacere. E, trattandosi di Piacere, le strutture e gli strumenti adatti a questo particolare scopo non potevano che afferire all’intelligenza emotiva, l’intuito, la sensibilità. La Donna, per conquistare il proprio piacere, dovette quindi sviluppare i tratti di genere, diventare ‘femminile’.

Gli altri tratti (la forza, la sicurezza…) già li possedeva, e gli erano dati dal detenere per nove mesi il potere della vita nel suo grembo. Avendo la Donna già questo Potere, una volta conquistato anche il Piacere, si è ritrovata una Compiutezza di Genere che l’Uomo non avrebbe mai potuto avere.

La tragedia dell’Uomo, infatti, era speculare ma irrisolvibile: aveva il Piacere, il riconoscimento dell’indispensabilità del proprio Piacere, ma non aveva e non avrebbe mai potuto avere il Potere della Donna, generatrice della Vita.

Essendo però il maschio d’Uomo troppo stupido per realizzare la velleitarietà di questa Ambizione di Potere, ha sviluppato inutilmente tutte le strutture e gli strumenti adatti a questo particolare scopo della conquista del Potere mancante: i così detti Tratti di Genere che lo hanno reso così orribilmente maschile. A compensazione e surrogamento della mancanza del Potere primario, ha avuto bisogno di esercitare squallidi poteri secondari, edificando Società Fallocratiche, occupandone tutti i posti di potere, diventando un brutale Padre Padrone, cercando di dominare e sottomettere la Donna, sfidando gli altri maschi a chi ce l’ha più lungo, in una guerra infinita che insanguina da millenni il Pianeta, dai fronti militari alle piazze, agli stadi…

Tanta pura reattività, senza costruire nessuna Risposta.

Pura reattività che –ovviamente- non poteva salvarlo e non l’ha salvato né dall’angoscia di castrazione da parte del rivale che sente di avere usurpato, né dall’angoscia di morte, la ferita narcisistica inelaborabile (da cui l’interminabilità dell’analisi), irrimediabile e definitiva.

Niente da fare dunque, tutta questa muscolarità e tutto questo ‘ falso’ potere non gli ha risolto neanche il più minimo riflesso della fragilità e dell’insicurezza ancestrali. Lo ha lasciato esile e smarrito di fronte all’Angoscia di Morte, come e più di sempre, millenni dopo come millenni prima.

Allo stesso modo di sempre, incapace di avere un tranquillo incontro di Genere, un incontro autentico con la Persona dell’Altra, al di fuori del difensivo, controllato, piccolo perimetro dello schema bellico della ‘conquista’ sessuale. Uno schema in cui l’unico Soggetto che il maschio riesce –più male che bene, fra l’altro- a sostenere è se stesso e tutto il resto deve essere fermo e oggettuale.

Ancora così spaventato dalla Donna, millenni dopo come millenni prima.

E la femmina d’Uomo, millenni dopo come millenni prima, aspetta ancora che il maschio esca dal Bar dello Sport, si decida a diventare un uomo (un vero uomo) e sia finalmente pronto ad incontrarla davvero.

Ma, a pensarci bene, forse la pazienza millenaria delle donne si sta esaurendo. Molti segnali sembrano indicare che cominci ad aspettarlo un po’ meno. Che non tutte stiano ancora ad aspettarlo.

In fondo le donne hanno il Potere della Vita e adesso hanno conquistato ed affermato anche il loro Piacere: diventa sempre più forte la tentazione di fare a meno dell’uomo. L’orgasmo riproduttivo del maschio d’Uomo oggi forse è un po’ meno indispensabile di un tempo…

3 COSA POSSIAMO FARE

Non sono divagazioni. È per Tutto Questo che il maschio non riesce processualmente a sostenere la soggettualità dell’Altra, la persona dell’altra, il suo diritto a se stessa, all’esercizio della propria Differenza.

È questo il senso di una sottoculturale (pre-culturale) edificazione fallocratica in cui ingabbiare la donna.

Ingabbiarla dentro una previsione mai più rinegoziabile, un contratto immodificabile, l’impossibilità di ripensare sé, l’altra e la relazione fuori dallo schema precostituito.

Piuttosto che…, piuttosto i Fatti di Cronaca.

E quando c’è il fatto di cronaca è già troppo tardi. Siamo arrivati tardi.

L’unico modo di arrivare prima, ed è questo il senso del libro di Abazia e del mio averlo voluto recensire e presentare, è riflettere e lavorare su tutto quello che ho scritto finora.

Per me è una forma di mobilitazione politica, culturale e professionale, una forma di militanza.

Ogni volta che ho letto di un femminicidio, ho pensato che sarebbero state tragedie ineludibili fino a che i maschi non avessero ripensato la loro fragilità e i loro reattivi tratti di genere.

È quasi inutile la partita giudiziaria il giorno dopo, ai fini dell’evitare altri casi.

È fondamentale la partita culturale il giorno prima: il discorso anche antropologico, andare a stanare il Linguaggio.

Le battute e le barzellette maschiliste, il Bar dello Sport dentro ognuno di noi, quei colleghi che sul posto di lavoro fanno tanto i simpatici e gli splendidi su piani ideologicamente inclinati.

Vanno promossi i luoghi distinti (in quanto distinti, possono non essere distanti), ma vanno culturalmente contrastati i luoghi separati dove i maschi coltivano e corroborano una loro idea della donna. Quei luoghi dove la donna è evocata, pensata, parlata, desiderata ma non può esserci.

Non può entrare la sua rappresentazione reale, ad insegnare al maschio la relazione reale.

È la metaforica separatezza dei Bar dello Sport che incuba la violenza di genere, la spaventata separatezza di tutti quei luoghi in cui il maschio ha paura che possa entrare una donna.

Se non si riflette a questo livello, non si tocca nella sostanza nessuna forma del mondo.

La politica e le leggi non potranno mai cambiare molto.

Per questo tanti politici e legislatori non ho avuto bisogno di vederli all’opera: mi è sempre bastato sentire le barzellette che raccontavano per capire che non c’era nessuna possibilità che intervenissero su niente di sostanziale.

Potrà sembrare paradossale, ma quasi tutto quello che ognuno di noi può fare tutti i giorni contro ogni violenza di genere è vigilare sui linguaggi e sulla sottocultura che mediano.

L’avessimo fatto sempre, tutti un po’ di più, non avremmo tanto stalking e tante altre forme di violenza di genere, e libri come questo di Abazia che le raccontano.

Catello Parmentola

Ancora una volta nel mio blog un ospite desiderato e atteso: il professor Catello Parmentola

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Scritto da Roberta De Martino

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Pubblicato il 23 Febbraio 2016

A volte bisognerebbe farsene un "amore" più che una "ragione

Lettera di Albert Einstein alla figlia Lieserl: la teoria dell’amore

Quando proposi la teoria della relatività, pochissimi mi capirono,
e anche quello che rivelerò a te ora,
perché tu lo trasmetta all’umanità,
si scontrerà con l’incomprensione e i pregiudizi del mondo.
Comunque ti chiedo che tu lo custodisca per
tutto il tempo necessario, anni, decenni,
fino a quando la società sarà progredita abbastanza
per accettare quel che ti spiego qui di seguito.
Vi è una forza estremamente potente per la quale
la scienza finora non ha trovato una spiegazione formale.
E’ una forza che comprende e gestisce tutte le altre,
ed è anche dietro qualsiasi fenomeno
che opera nell’universo e che non è stato ancora individuato da noi.
Questa forza universale è l’amore.
Quando gli scienziati erano alla ricerca di una teoria unificata dell’universo, dimenticarono la più invisibile
e potente delle forze.


L’amore è luce, visto che illumina chi lo dà e chi lo riceve.
L’amore è gravità, perché fa in modo
che alcune persone si sentano attratte da altre.
L’amore è potenza, perché moltiplica
il meglio che è in noi, e permette che l’umanità
non si estingua nel suo cieco egoismo.
l’amore svela e rivela. per amore si vive e si muore.
Questa forza spiega il tutto e
dà un senso maiuscolo alla vita.
Questa è la variabile che abbiamo ignorato per troppo tempo,
forse perché l’amore ci fa paura,
visto che è l’unica energia dell’universo che l’uomo
non ha imparato a manovrare a suo piacimento.
Per dare visibilità all’amore, ho fatto una semplice
sostituzione nella mia più celebre equazione.
Se invece di e = mc2 accettiamo che l’energia per guarire il mondo
può essere ottenuta attraverso
l’amore moltiplicato per la velocità della luce al quadrato,
giungeremo alla conclusione che l’amore è
la forza più potente che esista, perché non ha limiti.
Dopo il fallimento dell’umanità nell’uso e il controllo
delle altre forze dell’universo,
che si sono rivolte contro di noi, è arrivato il momento
di nutrirci di un altro tipo di energia.
Se vogliamo che la nostra specie sopravviva,
se vogliamo trovare un significato alla vita,
se vogliamo salvare il mondo e ogni essere senziente che lo abita,
l’amore è l’unica e l’ultima risposta.
Forse non siamo ancora pronti per fabbricare una bomba d’amore,
un artefatto abbastanza potente da distruggere tutto l’odio,
l’egoismo e l’avidità che affliggono il pianeta.
Tuttavia, ogni individuo porta in sé un piccolo ma potente generatore d’amore la cui energia aspetta solo di essere rilasciata.
Quando impareremo a dare e ricevere questa energia universale, lieserl cara,
vedremo come l’amore vince tutto,
trascende tutto e può tutto, perché l’amore è la quintessenza della vita.
Sono profondamente dispiaciuto di non averti potuto esprimere
ciò che contiene il mio cuore,
che per tutta la mia vita ha battuto silenziosamente per te.
Forse è troppo tardi per chiedere scusa, ma siccome il tempo è relativo,
ho bisogno di dirti che ti amo e che grazie a te sono arrivato all’ultima risposta. Tuo padre albert einstein

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Scritto da Roberta De Martino

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Pubblicato il 25 Gennaio 2016

Così vai via, non scherzare no...

Quel cappotto, quel cappello, quel profumo, quel fazzoletto, quella smorfia, quello sguardo ironico, quella sigaretta sempre fumante, quel naso che tirava spesso all’insù, quella risata… chi ce li ridarà? L’altro ieri è scomparso, senza alcun preavviso, un mio carissimo compagno di viaggio, un uomo che a breve avrebbe compiuto 79 anni ma che dentro aveva giovinezza da vendere, molta di più di quanto ne abbiano alcuni miei coetanei.

Per tutti era Tonino, non Antonio, quasi a voler suggellare con quel diminutivo delizioso quella sua gran capacità di non prendere mai nulla troppo sul serio, nemmeno se stesso. Ci ha lasciati così dopo una delle solite cene a casa, in famiglia, un ultimo sorso di vino, due tiri di sigaretta e via con un inchino silenzioso, l’ultimo, il definitivo.

Tonino era un grande, come attore e come uomo. Non appena metteva piede in scena il suo viso singolare, la sua figura magra e peculiare seducevano di simpatia all’istante il pubblico. I suoi tempi perfetti, comici e drammatici, lo rendevano versatile, unico. La sua precisione (quasi maniacale) per i costumi e per gli oggetti di scena rivelava tutto il suo infinito amore per l’arte teatrale. Ci saranno personaggi che non potranno mai più fregiarsi di essere da lui calzati e che resteranno memorabili nel cuore di ciascuno di noi.

Tonino era però, al di là del bravissimo interprete, anche un uomo eccezionale e credetemi non esagero!

Allegro, generoso, umile, gentile, ha sempre osservato bene e con sensibilità l’umanità senza fare troppo rumore, cogliendone tante sfumature.

Non appena intravedeva il tuo punto debole, quel punto in cui per difenderti finisci col prenderti troppo sul serio, eccolo lì a dissacrartelo con una battuta esilarante, mai scortese, anzi, intelligente, che ti dava la possibilità di ridere serenamente di te e di lasciarti andare.

Tonino è morto avendo sul suo comodino due copioni di commedie da preparare, con ancora tanta voglia di vivere e di amare il teatro, i nipoti, le figlie, la sua famiglia “ignota” e gli altri compagni di scena, il Vomero, il suo adorato quartiere...

E oggi in quella chiesetta con questo assurdo e tremendo dolore ci hai insegnato tanto.

Ci hai insegnato che la vita va assaporata, attimo per attimo, pienamente e possibilmente in compagnia, come si dovrebbe fare con un bel bicchierino di grappa.

Ci ha insegnato che, come diceva Carl Whitaker, ci si dovrebbe sempre esercitare a morire, come? Vivendo pienamente, avendo sempre qualcosa da realizzare, da costruire.

Ci hai insegnato che se la morte ti coglie in un tentativo di felicità allora sì che potrai dirti di essere morto da vivo.

Ci hai insegnato che seppure le cose cambiano improvvisamente non ci si deve mai avvilire ma rimboccare le maniche per adattarsi al meglio alla nuova situazione.

Ci hai insegnato che val la pena essere coraggiosi, osare, camminare con coraggio per incontrare la vita.

Ci ha insegnato che la felicità risiede nelle piccole grandi cose, come il piatto di pasta riscaldato e preparato dalle amorevoli mani di una figlia dopo le prove con “nu’ bell’ bicchiere e vin’!”.

Insomma non lo so proprio come si farà ad andare avanti senza di lui…

Oggi mentre lo portavano via ho pensato a quanto tempo viene sprecato per accumulare denaro, mi sono chiesta se fosse possibile quantificare il tesoro che era contenuto in quella automobile, in quale banca potrebbe essere conservato quel bene comune così prezioso.

Mi sono domandata cosa conti veramente e che tentativi di felicità stiamo compiendo e dove li stiamo compiendo.

Cercherò di prendere esempio da te, Tonino, cercherò di assaporare di più la vita e di prendermi meno sul serio, di progettare e sognare sempre, di vivere compiendo sempre tentativi di felicità perché sono quelli che contano, mica il risultato?!?

Ti ricorderò, ti ricorderemo, non possiamo fare altrimenti, amico mio, tu sei uno di quelli che fa la differenza… e quando se ne va via uno così non puoi far altro che portarlo per sempre con te infondo al cuore, in un luogo speciale.

Prendi posto amico mio… accomodati pure! Roberta

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Scritto da Roberta De Martino

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Pubblicato il 5 Settembre 2015

Si parla di precarietà e dell'arte dell'arrangarsi... buona visione!

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Scritto da Roberta De Martino

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